Farmacologia delle sostanze d'abuso
Tabacco
La nicotina è un alcaloide estraibile dalle foglie della
Nicotiana tabacum ed è la principale responsabile della dipendenza da
tabacco. Nel fumo di tabacco sono stati inoltre identificati 4865
costituenti chimici alla cui azione vengono attribuite gran parte delle
complicanze del tabagismo. Nel nostro paese, come è noto, il rischio relativo di
morte per i fumatori rispetto a chi non fuma è di 1,7 e al tabacco vengono
attribuiti 35.000 decessi all'anno per tumori e 25.000 decessi per malattie
cardiovascolari. Il fumo è inoltre il principale fattore di rischio noto per
malattie respiratorie e per disfunzioni della sfera riproduttiva,
come la riduzione della fertilità nei maschi e la riduzione del peso alla
nascita nei bambini nati da madri fumatrici. Gli effetti farmacologici della nicotina si manifestano attraverso una complessa relazione
dose/risposta sui sistemi nervoso, cardiovascolare, metabolico, endocrino,
neuromuscolare. Gli effetti psicotropi consistono in aumento della vigilanza,
miglioramento delle capacità di concentrazione, dei tempi di reazione, delle
capacità di risolvere i problemi, riduzione dei sintomi depressivi e
dell'irritabilità.
La somministrazione di nicotina ha effetto
autorinforzante anche in non fumatori trattati per via orale, probabilmente
mediato, come per le altre droghe, dall'attivazione del sistema dopaminergico
mesolimbico, la via nervosa cerebrale collegata ad una serie di
comportamenti fondamentali per la sopravvivenza . Agli
effetti soggettivi della nicotina si sviluppa
tolleranza, addirittura nel giro di poche ore: i fumatori in
genere riferiscono che la prima sigaretta della giornata risulta più gradevole
mentre l'effetto delle sigarette successive va progressivamente attenuandosi. La
sindrome d'astinenza da tabacco può manifestarsi con irritabilità, ostilità,
umore depresso, insonnia, diminuzione della frequenza cardiaca e aumento
dell'appetito. La
smania di
fumare è correlata con bassi livelli di nicotina nel sangue e ciò suggerisce che
possa essere considerata, almeno in parte, un sintomo astinenziale e che
il fumo serva mantenere certe concentrazioni di nicotina nel sangue per evitare
l'insorgenza di questi sintomi. La smania per il tabacco tuttavia, viene solo
parzialmente ridotta dalla somministrazione di nicotina pura e può essere
scatenata da fattori non mediati da questa sostanza come l'odore di fumo o la
vista di altre persone che fumano Dal punto di
vista medico, i criteri diagnostici per il tabagismo sono gli stessi
criteri utilizzati per le altre
tossicomanie.
Alcool
Le bevande contenenti alcool etilico rappresentano la droga più
diffusa nel mondo occidentale.
L'etanolo (o alcol etilico)
è un depressore del sistema nervoso
centrale (SNC) che interagisce con le membrane neuronali sia aspecificamente,
attraverso un processo di fluidificazione, sia selettivamente, interferendo con
alcuni canali ionici associati a proteine-recettori.
L'effetto finale
complessivo dell'alcool sul SNC può essere descritto come una disinibizione dose
dipendente dei meccanismi di controllo cerebrale.
Gli effetti comportamentali
dell'ebbrezza alcolica quindi dipendono parzialmente dalla personalità
sottostante. A bassi dosaggi prevalgono in genere gli effetti euforizzanti
mentre con l'aumento dell'alcolemia si possono manifestare labilità emotiva,
turbe della memoria e dell'attenzione, confusione mentale, agitazione e
aggressività, sonnolenza, incoordinazione motoria e, per concentrazioni
plasmatiche superiori a 300 mg/100ml, depressione respiratoria e
coma.
L'alcolismo cronico può associarsi ad una serie di patologie
neurologiche, psichiatriche, gastroenteriche, metaboliche, neoplastiche per la
cui descrizione si rimanda a testi specializzati. La sindrome d'astinenza da
alcol può essere estremamente grave. Il quadro più frequente è costituito da
tremori, turbe neurovegetative (sudorazione, tachicardia), digestive, (nausea,
vomito, diarrea), irritabilità e iperemotività.
In casi più rari possono
comparire allucinazioni ed epilessia fino al delirium tremens caratterizzato da
agitazione psicomotoria, psicosi, sintomi neurologici, febbre, squilibri
metabolici.
Le bevande alcoliche non dovrebbero essere assunte in
gravidanza. E' stata infatti descritta, dapprima in figli di madri alcoliste,
una "sindrome alcolica fetale" caratterizzata da tipiche alterazioni somatiche
(taglio degli occhi, aspetto delle mani) e da ritardo mentale. Purtroppo gli
studi inseguito effettuati hanno portato alla conclusione che, sebbene la
frequenza di questo genere di danno sia tanto maggiore quanto maggiore è
l'esposizione alla sostanza, non esiste una dose assolutamente sicura.
Caffé e altre bevande contenenti caffeina
La caffeina (o teina) è il principio attivo contenuto nel caffè (e nel té) ma anche in bevande come la Coca Cola e il Red Bull. Appartiene alla classe delle metilxantine, come la teofillina e la teobromina, anch'esse contenute nel tè. Caffeina e teofillina sono sostanze psicostimolanti. A dosi moderate (1-3 tazzine di caffè, pari a 80-300 mg di caffeina) hanno effetti antifatica e risvegliante, migliorano la capacità di concentrazione e facilitano il lavoro muscolare . Inoltre, aumentano la diuresi, stimolano i centri respiratori midollari e rilassano la muscolatura liscia, specialmente a livello bronchiale (per questo motivo la teofillina, per la quale questo effetto è massimo, è stata utilizzata per contrastare le crisi d'asma). Le azioni di queste sostanze sul sistema cardiocircolatorio sono complesse e, a volte, antagoniste tra loro, con effetti finali che possono cambiare segno in base al dosaggi, alle condizioni del soggetto e al fatto che si tratti o no di un consumatore cronico. A dosi discretamente elevate producono tachicardia (aumento della frequenza cardiaca) e anche aritmie. Tutte le metilxantine possono causare nausea. A dosi più elevate compaiono effetti tossici: vomito, disturbi gastrointestinali, insonnia, irritabilità, ansia, tremori, eccitamento, stato confusionale, aritmie (disturbi del ritmo del cuore), convulsioni, attacchi di panico. Alcune persone particolarmente sensibili (specialmente pazienti con attacchi di panico) possono sviluppare questi effetti anche in seguito all'assunzione anche di una sola tazza di caffè. In questi casi il rischio maggiore è quello che la diagnosi non venga posta correttamente e che il paziente sia trattato impropriamente per una inesistente malattia psichiatrica o, al contrario, che venga considerato un "malato immaginario". L'uso cronico di caffeina può indurre una sintomatologia indistinguibile dal disturbo generalizzato d'ansia e può produrre un disturbo del sonno persistente. La caffeina, ma soprattutto la teofillina, possono ridurre l'efficacia dell'analgesia da oppiacei. Non ci sono prove sulla loro efficacia nel contrastare l'ebbrezza alcolica. Agli effetti di caffeina e teofillina si instaura tolleranza. La sospensione brusca dell'assunzione di caffè (per esempio il sabato o nei giorni festivi, quando ci si alza più tardi) può provocare una sindrome d'astinenza caratterizzata da stanchezza immotivata, sonnolenza, ansia, apatia, umore depresso, difficoltà di concentrazione, dolori muscolari, nausea, cefalea. Le persone affette da emicrania possono manifestare un vero e proprio attacco ( "cefalea dello week-end"). La possibilità di sviluppare una tossicomania da caffeina è stata a lungo discussa ma poco studiata in maniera sistematica. Alcolisti, tabagisti, persone con altre tossicomanie, anoressici, pazienti psichiatrici presentano in media consumi di caffeina molto più elevati rispetto alla popolazione generale.
[u] ^ torna in altoOppiacei e oppioidi
In questa classe di analgesici (farmaci antidolore) sono compresi derivati del
Papaver sonniferum (oppiacei, come l'oppio, la morfina, la codeina), derivati
semisintetici come l'eroina (dietilmorfina), e oppioidi, cioè
prodotti di sintesi, quali
metadone, meperidina, propossifene. Il meccanismo d'azione di queste sostanze è
legato all'interazione con almeno 4 classi di recettori specifici (mu, kappa,
delta e sigma), diffusi nel SNC e in altri organi bersaglio (tra cui il sistema
immunitario) ciascuno dei quali sembra mediare un particolare tipo di effetti.
L'individuazione dei recettori degli oppiacei ha permesso la sintesi e
l'utilizzo clinico di farmaci ad effetto agonista parziale (cioè
con lo stesso effetto degli oppiacei ma solo su un certo tipo di recettore)
e/o
agonista-antagonista ( cioè con lo stesso effetto su certi tipi
di recettori e con effetto opposto su altri tipi), quali la
buprenorfina e la pentazocina e nonché di
antagonisti puri ( cioè con effetto opposto a quello degli
oppiacei su tutti i tipi di recettori) quali il
naloxone e il
naltrexone.
Attualmente il più
importante oppiaceo d'abuso è l'eroina, che può essere assunta sia per via
inalatoria (sniffo) sia per via endovenosa.
I principali effetti degli
oppiacei comprendono analgesia (cioè abolizione del dolore),
senso di completo appagamento, sedazione, stato onirico
(cioè uno stato mentale simile al sogno), stipsi dovuta a
spasmo della
muscolatura liscia (cioè a contrazione dei muscoli viscerali
come quelli dell'intestino). A questi effetti si instaura
tolleranza: ciò significa che, con una assunzione regolare, è come se il farmaco
perdesse effetto. La tolleranza, però, è rapidamente reversibile. Perciò basta
sospendere per alcuni giorni l'assunzione di oppiacei per riprendere
l'originaria sensibilità ai loro effetti. Alla depressione respiratoria che si verifica a dosi
a cui non si è (o non si è più) tolleranti sono attribuibili la maggioranza dei decessi per
overdose.
Gli
oppiacei interagiscono in maniera complessa con il sistema immunitario, verso il
quale sembrano comportarsi da immunomodulatori. Gli effetti potenzialmente
immunodepressori rilevati negli studi in vitro non hanno trovato riscontro
clinico.
L'interferenza con il sistema endocrino può produrre temporanea
impotenza nell'uomo, amenorrea nella donna e diminuzione del
desiderio sessuale in
entrambi i sessi.
E' importante tenere presente che tutti questi effetti sono
reversibili e che alla maggior parte di essi si instaura tolleranza.
Pertanto
una donna in età fertile che assuma oppiacei e sia temporaneamente amenorrea non
dovrebbe sospendere le
misure contraccettive se
non intende rimanere incinta, perchè la
mestruazione si manifesta DOPO l'ovulazione e perciò la
gravidanza potrebbe instaurarsi anche senza aver ancora visto la ricomparsa
del ciclo.
La
sindrome d'astinenza da oppiacei
si manifesta in persone
dipendenti da eroina dopo 8-12 ore dall'ultima assunzione e in persone
dipendenti da metadone dopo 24-48 ore. Può presentarsi con quadri di diversa
gravità caratterizzati da ansia, irritabilità,
smania, sonnolenza associata ad
insonnia, midriasi (dilatazione delle pupille), lacrimazione, rinorrea
(gocciolamento nasale) , sudorazione profusa, scialorrea
(salivazione abbondante),
orripilazione ( pelle d'oca), nausea, vomito, diarrea, crampi addominali, artralgie
(dolori alle articolazioni). In
soggetti predisposti possono verificarsi crisi epilettiche e aritmie cardiache.
Nelle gravide si può verificare aborto o parto prematuro.
Epilettici,
cardiopatici e donne incinte dovrebbero pertanto evitare la sospensione brusca
di oppiacei ed essere rapidamente inviati, qualora ciò si verificasse, ad un
centro qualificato per la eventuale
disassuefazione che non sempre in queste
situazioni è indicata e che, in ogni caso, richiederà, di regola, l'utilizzo di
dosi decrescenti di metadone.
La maggior parte dei sintomi della
sindrome
d'astinenza regrediscono nel giro di alcuni giorni, mentre insonnia ed
alterazioni dell'umore possono persistere per settimane.
La sindrome
d'astinenza da oppiacei può essere scatenata in soggetti con dipendenza fisica
anche dall'assunzione di antagonisti, come
naloxone e naltrexone, ed
agonisti/antagonisti, quali
buprenorfina o pentazocina.
Gli oppiacei non sembrano avere effetti negativi sulla
gravidanza mentre la sindrome d'astinenza può addirittura produrre un aborto.
Quindi le donne incinte non dovrebbero sospendere bruscamente una sostanza
oppioide.
La capacità degli oppiacei di produrre tossicomania non dipende solo dal tipo di
sostanza ma anche da fattori cronobiologici e dalle modalità (tempi e
situazione) in cui vengono assunti. Per esempio, le persone trattate a
scopo analgesico molto raramente sviluppano una tossicomania purchè l'analgesia
venga mantenuta continuamente adattando opportunamente il dosaggio.
Cocaina e Amfetamine
La cocaina, tuttora usata, in alcuni paesi, come anestetico locale, è un estere
dell'acido benzoico contenente una base azotata presente in natura nelle foglie
delle piante di coca (Erithroxylon coca). La sua struttura chimica è
analoga a quella di altri anestetici locali quali lidocaina e procaina. La forma
più diffusa della sostanza è il sale cloridrato, che viene assunto per via
nasale o, più raramente, per via parenterale (cioè per
iniezione) o per via orale (cioè per bocca) .
La conversione
alla base libera dà origine a un prodotto ("crack"), che può essere fumato,
anche associato a tabacco, eroina o marjuana, e che
raggiunge quasi immediatamente il cervello inducendo effetti di particolare
intensità. La diffusione del crack è all'origine dell'epidemia di cocainismo
verificatisi negli anni 80 negli Stati Uniti, che ha coinvolto, al suo apice,
oltre 5 milioni di persone.La cocaina venduta sul mercato
illegale può essere tagliata con altre sostanze farmacologicamante attive che,
in certi casi, ne mimano anche alcuni effetti ma che sono meno
costose come lidocaina,, procaina, tetracaina, amfetamine, eroina, chinino,
fenciclidina...
Gli effetti farmacologici della
cocaina sul cervello sono il motivo per
cui viene assunta. Questa sostanza aumenta il senso di benessere, la sicurezza
di sè, l'energia fisica e mentale, la tolleranza alla fatica, la capacità di
concentrazione e le capacità psicomotorie. Riduce le emozioni negative,
l'insicurezza e la stanchezza. Può avere effetti completamente opposti, anche
nella stessa persona in diverse situazioni, sull'ansia e sulla paura. Gli
effetti sulla psiche di dosi eccessive di cocaina sono invece molto spiacevoli:
stato di allarme, ansia e panico, insonnia, iperattività inconcludente,
anoressia (cioè assenza di fame), ideazione paranoide (la vittima crede di
essere spiata, pensa che la gente parli di lei, teme di essere seguita) ,
agitazione psicomotoria, allucinazioni, psicosi. La maggior parte dei
consumatori, fortunatamente, non presenta mai questi sintomi. Come tutti gli
psicofarmaci la cocaina agisce anche su organi diversi dal sistema nervoso
centrale. L'assunzione, anche di dosi moderate, produce midriasi (dilatazione delle pupille), tachicardia (aumento delle frequenza cardiaca),
ipertensione ( aumento della pressione arteriosa), ipertermia (aumento della
temperatura corporea), iperreflessia. Purtroppo l'assunzione di cocaina
può dare origine , in maniera imprevedibile, anche a serie complicanze:
emicrania ( una particolare forma di mal di testa che la cocaina può curare ma
anche scatenare), infarto, aritmie ( gravi disordini del ritmo del cuore),
emorragia cerebrale, infarto intestinale, convulsioni, granuloma facciale
distruttivo, disfunzioni sessuali, morte improvvisa, atrofia della muccosa
nasale. La frequenza di queste complicanze non è nota perchè non è noto il reale
numero dei consumatori. In ogni caso la cocaina è certamente controindicata per
chi è affetto da malattie cardiovascolari e da epilessia. E' inoltre
sconsigliata a persone soggette a depressione, emicrania o che abbiano problemi
sessuologici: in questi casi, infatti, dopo iniziali apparenti miglioramenti si
ha spesso un aggravamento del problema che diviene anche più difficile da
trattare con le comuni terapie.
Assunta in gravidanza la cocaina non sembra produrre malformazioni. Però le
donne che ne fanno uso presentano più spesso complicazioni, la più frequente
delle quali è il distacco della placenta.
Alcune possibili sequele dell'assunzione di cocaina sono ancora oggetto di
studio. Certamente c'è una correlazione tra la pregressa assunzione di cocaina e
lo sviluppo di attacchi di panico, depressione, patologie del comportamento
alimentare, ma, data la difficoltà che si incontra ad effettuare studi a lungo
termine su una sostanza illegale, non ci sono dati certi sulla frequenza di
questi esiti. Sono ancora oggetto di indagini possibili danni cognitivi a lungo
termine e altri sintomi psichiatrici.
L'abuso o la dipendenza da cocaina peggiorano la prognosi a lungo
termine di tutte le patologie psichiatriche, comprese le sindromi
depressive.
Con somministrazioni ravvicinate la tolleranza ad alcuni effetti
acuti della cocaina può svilupparsi rapidamente.
Meno noto è il fenomeno, opposto, della sensibilizzazione per cui la persona che
si è esposta abbastanza a lungo alla sostanza presenta reazioni tossiche
per quantità sempre più piccole. La sensibilizzazione si sviluppa specialmente
per le convulsioni, l'insonnia, l'agitazione e le reazioni psicotiche.
Dopo assunzione prolungata la sospensione
della sostanza può dare luogo ad una sindrome d'astinenza caratterizzata da un
quadro clinico complesso che si manifesta in prevalenza con gravi sintomi
depressivi, idee suicidarie, sonnolenza,
cefalea (mal di testa), iperfagia (fame).
La cocaina può dare origine,
in circa il 20% dei casi, a quadri molto
gravi di tossicomania. Probabilmente l'insorgenza di
tossicomania è condizionata da fattori genetici, dal tipo e dalla durata
dell'esposizione alla sostanza e dai motivi dell'esposizione. Purtroppo, però, a
tutt'oggi è impossibile prevedere chi svilupperà una tossicomania. La
tossicomania da cocaina si presenta con almeno tre "modelli"; "abbuffate"
seguite da "crolli" oppure necessità di assunzione quotidiana per molti anni,
nonostante il danno evidente anche all'interessato oppure frequenti episodi di
assunzione massiccia senza scompenso psico-fisico. Queste diverse
caratteristiche rendono più difficile per la vittima rendersi conto di quanto
sta avvenendo.
L'amfetamina, la metamfetamina e i loro
derivati, classificate come amine ad attività simpaticomimetica, hanno effetti
in gran parte sovrapponibili a quelli della cocaina. Sono state utilizzate
inizialmente come broncodilatatori, anoressizzanti e antidepressivi ma
attaualmente non hanno alcuna indicazione clinica.
Come la cocaina, sebbene
attraverso un diverso meccanismo, agiscono sui sistemi dopaminergici e
noradrenergici.
Una specifica conseguenza dell'uso cronico di amfetamine in
animali da laboratorio è la neurotossicità selettiva e forse irreversibile sui
neuroni dopaminergici in varie aree cerebrali.
Cannabinoidi
I cannabinoidi sono composti derivati dalla Cannabis sativa
il cui principio attivo è il delta-9-tetraidrocannabinolo (THC). La Cannabis
sativa viene usata sotto forma di marijuana e hashish. La prima è costituita
da foglie ed infiorescenza essiccate mentre l'hashish è la resina ottenuta
attraverso procedimenti diversi.
Questi composti vengono assunti per via
respiratoria o, più raramente, per via orale.
Gli effetti psicotropi dei
cannabinoidi possono variare in base a fattori ambientali e individuali.
Chi li assume può sperimentare senso di
rilassamento, euforia, alterata percezione del tempo, depersonalizzazione. Ad alte dosi possono comparire allucinazioni, ansia,
attacchi di panico e ideazione paranoide. Altri effetti comprendono tachicardia,
iperemia congiuntivale, alterazioni della pressione arteriosa. Dati concernenti
un possibile effetto immunosoppressivo non hanno avuto conferma clinica. I
cannabinoidi possiedono anche proprietà antiemetiche
(cioè riduconola nausea e il vomito), analgesiche e
antanoressizzanti (cioè stimolano l'appetito). Per questi ultimi effetti in alcuni paesi, tra cui gli Stati Uniti, è
stato approvato l'uso a scopi terapeutici di uno di questi composti
(dronabinolo) per l'anoressia e la cachessia associate ad AIDS e come
antiemetico in pazienti sottoposti a chemioterapia antineoplastica.
Inoltre, dato che riducono la pressione
oculare, ne è stato proposto l'uso per il glaucoma. Chi avesse
necessità di questa terapia in Italia può ottenere il farmaco in base a quanto
disposto dal Decreto Ministeriale11-2-1997 "Importazione di specialità
medicinali registrate all'estero". Maggiori informazioni in merito sono
disponibili sul sito dell'Associazione
per la Cannabis Terapeutica.
L'uso cronico di questa sostanza è stato
associato ad una sindrome amotivazionale che insorgerebbe in soggetti
predisposti e che sarebbe caratterizzata da perdita di interessi, difficoltà di
concentrazione, turbe della memoria, apatia.
Nel 2002 uno studio pubblicato dal British Medical Journal
(BMJ 2002;325:1195-1198 ) condotto in Australia su
1601 studenti dai 14 ai 15 anni seguiti per 7 anni ha dimostrato che l'uso
frequente di cannabinoidi è direttamente associato ad un aumento di 5 volte
delle frequenza di ansia o depressione nelle ragazze, indipendentemente da altri
fattori. Uno studio svedese pubblicato sulla stessa rivista (BMJ
2002;325:1199) ha dimostrato
l'associazione causale tra l'uso frequente di cannabis e l'aumento del rischio
di schizofrenia.
Il DSM-IV
ha introdotto la diagnosi di dipendenza da cannabinoidi anche se l'esistenza di
una tale quadro clinico per molto tempo non è
stata universalmente accettata. Negli
ultimi anni, tuttavia, probabilmente anche in conseguenza della comparsa sul
mercato illegale di prodotti con alta percentuale di principi attivi, tutti i
paesi
europei segnalano un aumento dei casi di persone che si rivolgono ai servizi
per le tossicodipendenze presentando i criteri per la dipendenza da cannabinoidi.
Allucinogeni
Anche se molti farmaci sono in grado, in determinate condizioni di
indurre allucinazioni, il termine allucinogeni viene generalmente utilizzato per
indicare una serie di sostanze del tipo della dietilamide dell'acido lisergico
(LSD), della mescalina e della psilocibina che presentano tra loro tolleranza
crociata. Tutte queste sostanze, chimicamente eterogenee, sono accomunate dalla
proprietà di produrre alterazioni della percezione, del pensiero e
dell'emotività simili a quelli che si verificano negli stati onirici o negli
stati di trance o di estasi mistiche. Più che veri e propri stati allucinatori
questi effetti possono considerarsi distorsioni dell'attività mentale e della
percezione per cui parrebbe più appropriato per questi composti il termine
"psichedelici".
L'azione psichedelica sarebbe mediata dall'interazione con il
recettore 5-HT2 della serotonina. Altri effetti comuni a queste sostanze sono
quelli di tipo simpaticomimetico quali midriasi, ipertensione, tachicardia,
piloerezione, iperflessia.
Tolleranza comportamentale (cioè
capacità da parte della persona intossicata a gestire gli effetti della
sostanza , che però rimangono invariati) si instaura dopo alcune dosi. Non è stata tuttavia rilevata una sindrome
d'astinenza né sono noti casi di assunzione compulsiva cronica. Il principale
effetto avverso dovuto all'assunzione di allucinogeni è il cosiddetto "bad
trip", descrivibile come un episodio di panico della durata di varie ore,
durante il quale la vittima sperimenta gravi distorsioni cognitive (per esempio
pensa di morire o di dissolversi nell'universo).
Il
15% dei consumatori riferisce inoltre il ripresentarsi di effetti allucinogeni
in assenza dell'assunzione della sostanza ("flashback"), anche dopo anni di
astinenza.
In individui predisposti gli psichedelici possono precipitare la
manifestazione di stati psicotici latenti o dare origine a psicosi tossiche
persistenti. E' stata anche descritta una sindrome caratterizzta
da alterazioni persistenti nella percezione dei colori
"Designer drugs"
Sono stati inizialmente indicati con questo termine composti
sintetici chimicamente eterogenei, che non essendo ancora inclusi nelle tabelle
delle sostanze d'abuso, potevano essere commercializzati senza rischi legali non
ostante il potenziale tossicomanico.
Il primo caso di questo genere è stato
il fentanil ("China White") potente analgesico con proprietà simili a quelle
dell'eroina.
Attualmente si indicano come "designer drugs" prevalentemente
derivati amfetaminici.
Fra questi i più noti sono: la metamfetamina
commercializzata nella sua forma cristallina ("ice"), la metilendiossiamfetamina
(MDA) o "love drug" per l'umore "benevolo" che produce, la
metilendiossimetamfetamina (MDMA), nota come "ecstasy".
Quest'ultimo composto
ha avuto grande diffusione in Italia come droga socializzante e ricreativa.
L'ecstasy viene assunta per via orale sotto forma di compresse. Induce un
aumento dell'attività fisica, un miglioramento dell'umore e della capacità
d'interazione sociale, una diminuita percezione della fatica, della fame e della
sete.
Tra gli effetti indesiderati sono stati riportati secchezza delle
fauci, tachicardia, insonnia, termolabilità. Non sono segnalate dipendenza,
assunzione compulsiva, tolleranza, sindrome d'astinenza. Sono state invece
riportate reazioni acute anche mortali caratterizzate da ipertermia, turbe
respiratorie e cardiovascolari, rabdiomiolisi, coagulazione intravasale
disseminata. Relativamente frequente una grave disidratazione favorita dalla
contemporanea assunzione di alcolici come uniche bevande. In modelli animali
inoltre la MDMA si è dimostrata selettivamente neurotossica sui neuroni
serotoninergici.
Il GHB (acido gammaidrossibutirrico, noto come ecstasi liquida,
gamma-oh, scoop, droga dello stupro) è una sostanza introdotta, e tutt'ora usata
in alcuni paesi tra cui l'Italia, come terapia dell'alcolismo (il nome
commerciale del farmaco è Alcover). Informazioni in inglese sul sito
http://www.projectghb.org/
Barbiturici e benzodiazepine
I barbiturici e le benzodiazepine appartengono al gruppo dei
sedativi ipnotici cioè agenti che deprimono il SNC producendo, a dosi crescenti,
sedazione, sonnolenza, sonno, perdita di coscienza, anestesia, coma, depressione
respiratoria.
I barbiturici sono attualmente utilizzati quasi esclusivamente
come antiepilettici e in anestesia.
Il loro meccanismo d'azione viene
ricondotto all'interferenza facilitatoria con il recettore dell'acido
gammaminobutirrico (GABA), un neurotrasmettitore di tipo inibitorio.
Le
benzodiazepine sono attualmente i farmaci più prescritti come ansiolitici,
ipnotici, anticonvulsionanti e miorilassanti. Il loro meccanismo d'azione
dipende dall'interazione con almeno tre tipi di specifici recettori che modulano
allostericamente i recettori GABAergici.
Rispetto ad altri sedativi le
benzodiazepine sono farmaci relativamente sicuri: i loro effetti depressori sul
sistema respiratorio e cardiovascolare infatti sono solo parzialmente dose
dipendenti. Anche dosi elevate perciò portano raramente al decesso a meno che
non siano in causa effetti additivi di altre sostanze quali alcool e oppiacei.
Il flumazenil, un imidazobenzodiazepina è l'antagonista specifico utilizzabile,
in ambiente ospedaliero, in caso di sovradosaggio.
Poiché le benzodiazepine
sono farmaci sintomatici e non eliminano eventuali disturbi cronici psichiatrici
o neurologici per cui vengono prescritte la loro sospensione può essere
associata a una ripresa dalla sintomatologia di base (ansia, insonnia, crisi
comiziali).
E' stata tuttavia descritta una sindrome "rebound", caratterizzta
da ansia, insonnia, irritabilità, depressione che insorge anche per sospensione
di dosi terapeutiche, dura alcuni giorni o alcune settimane ed è interamante
dovuta all'effetto del farmaco e non a problemi psicologici preesistenti.
L'uso di sedativi-ipnotici in assenza di precisa diagnosi è molto frequente
sia nella popolazione generale sia tra alcolisti e dipendenti da altre droghe
come sostituto della sostanza d'abuso primaria o come terapia dei sintomi
astinenziali. Le benzodiazepine tuttavia possono dare anche quadri di dipendenza
primaria in genere associati a tolleranza farmacologica e grave sindrome
d'astinenza.
Gli effetti comportamentali dell'intossicazione cronica da
sedativi sono molto simili a quelli dell'alcolismo: torpore, turbe della memoria
e dell'attenzione, labilità emozionale, rallentamento e impaccio dell'eloquio,
incoordinazione motoria. L'esperienza clinica inoltre suggerisce che
aggressività e idee paranoidi siano più frequenti di quanto indicato in
letteratura. Sebbene il farmaco più spesso chiamato in causa nel nostro
paese
sia il flunitrazepam, di fatto tutte le benzodiazepine possono indurre
dipendenza e provocare episodi paradossi, in particolare in soggetti con
anamnesi positiva per tossicodipendenza e alcolismo.
La sindrome d'astinenza
da sedativi può rappresentare un'emergenza medica: si manifesta da uno a dieci
giorni dopo la sospensione del farmaco con ansia, insonnia, turbe
neurovegetative, crisi comiziali, delirio, allucinazioni. L'astinenza da
barbiturici può comportare anche ipertermia, collasso cardiocircolatorio ed
esito fatale.
Altre sostanze d'abuso
La fenciclidina (PCP, polvere degli angeli) è
un'arilcicloexilamina inizialmente utilizzata come anestetico dissociativo con
minimi effetti deprimenti cardiorespiratori. Produce allucinazioni, eccitazione,
senso di benessere. Può indurre, anche a basse dosi, comportamento aggressivo e
una sindrome psichiatrica sovrapponibile alla schizofrenia: La PCP interagisce
sia con il recettore sigma degli oppiacei sia con un recettore per gli
aminoacidi eccitatori chiamato NMDA. Gli studi in corso sul suo meccanismo
d'azione promettono di chiarire alcuni aspetti della patogenesi degli stati
psicotici e dell'attività di farmaci come l'aloperidolo.
La PCP può essere
assunta per via orale, nasale, respiratoria e parenterale.
In modelli animali
la PCP induce dipendenza, tolleranza e sindrome d'astinenza. Mancano tuttavia
studi sull'uomo anche perché la diffusione di questa sostanza è attualmente in
rapido declino negli Stati Uniti, mentre non sembra aver mai raggiunto livelli
significativi in Europa.
Un analogo della PCP, la Ketamina è tuttavia
impiegata come anestetico ed è soggetta ad abuso anche nel nostro Paese.
Gli
anestetici (es., ossido nitroso, etiletere, cloroformio), e i solventi
(tricoetilene, toluene, acetone) sono gruppi di sostanze facilmente assunti allo
scopo di alterare lo stato psichico.
Data la grande eterogeneità di questi
composti non è possibile descriverne dettagliatamente gli effetti.
Basterà
sottolineare che qualunque alterazione non spiegata dello stato psichico di una
persona specialmente se associata a sintomatologia organica dovrebbe far
sospettare un'origine tossica del quadro clinico ed indurre opportuni
approfondimenti.
Gli steroidi anabolizzanti rappresentano un altro gruppo di
farmaci per i quali sono segnalati fenomeni d'abuso e di dipendenza.
Oltre ai
possibili danni a carico di vari organi e apparati queste sostanze sembrano in
grado di indurre una vera e propria sindrome tossicomanica mediata da effetti
psicotropi quali euforia, aumento della libido, dell'autostima,
dell'aggressività e riduzione del sonno e della percezione della fatica. Sono
state inoltre segnalate sindromi francamente psichiatriche.
Ulteriori studi
sono necessari per definire completamente il quadro clinico di questa forma di
abuso.